Con David Card si può parlare di un sacco di cose che riguardano da vicino la vita di tutti. Il salario minimo, ad esempio: è un tema che l’economista canadese, premio Nobel nel 2021, ha studiato a fondo negli ultimi trent’anni, arrivando alla conclusione che l’introduzione di una paga di base non riduce affatto il potenziale di reddito delle imprese, anzi.
Allo stesso modo, col cappello di professore di Berkeley, California, potrebbe argomentare vantaggi e svantaggi della rivoluzione AI, delineando “gli evidenti guadagni di produttività in settori specifici”, ammettendo che “nel lungo periodo probabilmente alcuni lavori scompariranno e altri mestieri evolveranno”, mentre il vantaggio complessivo in termini di contributo alla qualità della congiuntura rischia di essere inferiore alle aspettative.
Per Card il 2026 è un ritorno al FIE. Due anni fa ha sviscerato le conseguenze su studenti e lavoratori della sempre maggiore richiesta di competenze tecnologiche. È un tema che lo affascina da sempre, del resto, i suoi genitori erano produttori di latte di Guelph, nell’Ontario, dove l’economista è nato nel 1956. Sin dai primi anni di vita, è stato immerso nelle dinamiche di un’impresa al servizio dei cittadini, poi ha deciso di farne la sua vocazione. Appassionato di meccanismi produttivi, ha conseguito il Bachelor of Arts presso la Queen’s University (1978) e il dottorato in economia presso la Princeton University (1983) con una tesi che racconta molto: “Indicizzazione nei contratti di lavoro a lungo termine“.
Da lì all’insegnamento, il passo è stato breve. Card ha cominciato la carriera presso la University of Chicago Graduate School of Business, dove è stato assistente di Economia Aziendale per due anni. Si è quindi spostato a Princeton (1983– 1997), prima di trasferirsi a Berkeley. Attivo nelle pubblicazioni, è stato Associate Editor del Journal of Labor Economics e dal 1993 al 1997 è stato condirettore di Econometrica. Dal 2002 al 2005 è stato condirettore di The American Economic Review. Nel frattempo è arrivato il Nobel condiviso con Guido W. Imbens e Joshua Angrist, proprio sugli studi empirici sul mercato del lavoro.
Sempre attento a non esprimere valutazioni politiche, Card e i suoi studi vengono frequentemente citati a sostegno dell’aumento dell’immigrazione e della legislazione sul salario minimo. Insieme con il collega Alan Krueger (1960– 2019) cominciò a studiare all’inizio degli anni Novanta l’effetto dell’incremento del salario minimo nel New Jersey giungendo a conclusioni controcorrente: l’esigenza di aumentare i salari non aveva condotto ad alcun taglio occupazionale perché i benefici erano risultati superiori ai maggiori costi. L’assunto è stato in seguito dimostrato largamente nei sistemi occidentali.
Ora l’incognita da risolvere si chiama Intelligenza artificiale. Maledizione o panacea? “L’AI è una rivoluzione – ha spiegato in un’intervista a La Stampa in occasione di FIE 2024 – ma può essere un rischio per le democrazie. Magari mi sbaglio, ma non credo che avrà impatto così dirompente come quello che ha avuto l’elettricità sulla società moderna». Ora, aggiunge, “la mia impressione è che vivremo una fase simile a quella degli anni Novanta, quando il grande economista Robert Solow osservò che la rivoluzione di Internet era visibile ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività”.
Gli effetti sui salari sono ancora incerti, ragiona il Nobel. “La mia impressione – concede – è che la quota del reddito destinata al lavoro continuerà a diminuire, come è accaduto negli ultimi vent’anni. Sono invece meno convinto che i salari relativi dei lavoratori più qualificati subiranno cambiamenti significativi”.